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I pionieri di quota 100 sono soprattutto uomini. Sono in maggior frequenza lavoratori delle regioni del Nord, ma più di uno su tre (dato imprevisto) è del Mezzogiorno. Il primo flash statistico sulle nuove pensioni che entrano in pagamento oggi - e che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare - riguarda 26.831 beneficiari. Questi neo-pensionati potranno contare su un assegno piuttosto consistente rispetto alla media, visto che nel 45% dei casi gli importi oscillano tra i mille e 1.500 euro lordi, mentre il 34% si colloca addirittura nella fascia tra i 1.500 e i 3mila euro. Livelli significativi anche perché sono al netto della decurtazione implicita che sconta chi si ritira fino a 5 anni prima rispetto all’età di vecchiaia (più di un quarto di questo primo gruppo va con 62 anni, mentre la metà ne ha tra i 63 e i 64).

Va subito detto che i nuovi pensionamenti dei quotisti di aprile non si fermano al primo del mese. Inps ha già accolto circa 34mila domande. Se le istruttorie procederanno senza rallentamenti si conta di liquidare altri due blocchi di prestazioni in due fasi successive: una entro la prima decade del mese, la seconda tra il 20 e il 29. Non è da escludere che si riescano a liquidare fino a 50mila nuove pensioni tra aprile e maggio. Sono tutte pensioni di lavoratori del settore privato, dipendenti e autonomi, che avevano maturato i requisti minimi (62 anni e 38 di contributi) a fine 2018. La prima finestra utile per i dipendenti pubblici è quella del 1° agosto, mentre a settembre uscirà il plotone dei quotisti del comparto scuola.

La tecnostruttura Inps guidata dalla dg Gabriella Di Michele sta girando a pieno regime e, oltre alla lavorazione delle domande per quota 100, ha già vagliato circa 10mila nuove domande di lavoratori precoci, che si ritireranno con 41 anni di contributi, per non dire delle verifiche già partite sulle nuove richieste di Ape sociale, visto che la prima scadenza per la presentazione era il 31 marzo (le due successive sono il 15 luglio e il 30 novembre). Questo mentre, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 75 di venerdì 29 marzo, della legge di conversione (legge n. 26 del 28 marzo 2019) del decreto pensioni il quadro normativo si è ormai consolidato.

Donne in netta minoranza

Tornando alla nostra esplorazione descrittiva sui dati dei primi 26.831 neo-pensionati, l’evidenza più clamorosa è il divario tra maschi e femmine. Era nelle attese, visto che per staccare il biglietto vincente di quota 100 bisogna avere almeno 38 anni di contribuzione continuativa, privilegio tipico dei lavoratori uomini (operai e impiegati) delle medie e grandi aziende del Nord. Ma una frequenza dell’89,3% di neo-pensionati maschi contro il 10,7% di femmine è davvero tanto; un gap che la dice lunga sulle asimmetrie di genere che caratterizzano il nostro mercato del lavoro. In termini assoluti, su 26.831 nuovi certificati di pensione, 23.966 sono di uomini. Quando andranno in pensione le quotiste del pubblico impiego e della scuola sicuramente la differenza tra i sessi si ridurrà, ma ne serviranno davvero tante per arrivare a un equilibrio.

Pubblicato in Patronato INAPI

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 7464 del 15 marzo 2019 ha stabilito che la pensione di reversibilità spetta anche al coniuge separato che non ha diritto agli alimenti.

La decisione della Corte di Cassazione è arrivata in seguito alla richiesta di una vedova, alla quale era stata negata la corresponsione della pensione di reversibilità in occasione della morte dell’ex marito in quanto non titolare dell’assegno di mantenimento all’atto del decesso del coniuge.

La pensione di reversibilità ricordiamo è quel trattamento che viene riservato ai superstiti del pensionato o del lavoratore deceduto.

Ma vediamo nel dettaglio cosa ha stabilito la Corte di Cassazione e a chi spetta la pensione di reversibilità.

Con la sentenza n. 7464 del 15 marzo 2019 la Corte di Cassazione ha stabilito che possono beneficiare della pensione di reversibilità anche i coniugi separati che non hanno diritto agli alimenti.

La decisione della Corte di Cassazione è stata presa in seguito alla richiesta di una vedova, alla quale era stata negata la pensione di reversibilità dopo la morte dell’ex marito, in quanto questa non era titolare dell’assegno di mantenimento all’atto del decesso del coniuge.

Per i giudici, infatti, non è ammessa alcuna differenza di trattamento per il coniuge superstite separato in ragione del titolo della separazione. Questo in virtù della riforma dell’istituto della separazione personale, introdotto dal novellato articolo 151 c.c. e la predetta sentenza della Consulta.

Non solo, i giudici hanno affermato che il coniuge separato ha diritto alla pensione di reversibilità al fine di porlo al riparo dall’eventualità dello stato di bisogno.

Come abbiamo accennato precedentemente la pensione di reversibilità è quel trattamento che viene erogato ai superstiti del pensionato o del lavoratore defunto.

Questo trattamento spetta:

al coniuge (anche se separato o divorziato, se titolare di un assegno di mantenimento)

ai figli (se alla data del decesso del genitore non hanno ancora raggiunto la maggiore età. Se sono studenti o universitari tra i 18 e i 26 anni, e ancora a carico alla data della morte del parente. E se sono inabili, cioè con problemi fisici o mentali)

ai nipoti minori (anche se non formalmente affidati) se a carico degli ascendenti (nonno o nonna) alla data della loro morte

in assenza di altre figure, a fratelli celibi e inabili e a sorelle nubili e inabili, a carico della persona defunta, se non sono già titolari di una pensione.

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Allarme per le pensioni di Quota 100: l’Inps inizierà a liquidare gli assegni pensionistici per chi ha aderito a Quota 100 a partire dal 1° aprile, anche senza verificare che il richiedente abbia realmente lasciato il lavoro. Il rischio, quindi, è che si scopra in un secondo tempo che la persona che ha ricevuto l’assegno non ne abbia diritto e la pensione dovrà essere ritirata e le somme restituite.

È quanto stabilito dall’Inps, con il messaggio n. 1008/2019, nel quale viene chiesto ai dipendenti stessi, di “liquidare le pensioni Quota 100 con decorrenza 1° aprile 2019, in via straordinaria sulla base delle dichiarazioni di cessazione contenute nella domanda, a ricorrere dei prescritti requisiti, in mancanza di un dato certificato dal datore di lavoro attraverso le comunicazioni obbligatorie Unilav, attestante l’avvenuta cessazione del rapporto di lavoro dipendente”.

E qui si pone il problema: per ottenere l’assegno della pensione è necessaria la “cessazione del rapporto di lavoro dipendente, che deve essere già visibile sul sito del ministero del Lavoro. Quindi, in assenza di tale comunicazione, “rimane fermo che, successivamente alla disponibilità nell’archivio Unilav dei dati relativi alla cessazione, le liquidazioni delle pensioni effettuate in via provvisoria dovranno essere verificate e si dovrà procedere al recupero degli eventuali ratei indebiti corrisposti al richiedente nel caso di difformità tra la dichiarazione resa nella domanda e le informazioni presenti in Unilav”. In pratica, gli assegni verranno liquidati per chi aderisce a Quota 100, col rischio concreto di dover essere poi ritirati.

A segnalare questo scenario è il deputato di Forza Italia, Galeazzo Bignami che spiega: “Il rischio è che possano essere liquidate pensioni in modo non conforme alla normativa con la conseguenza che le stesse possano essere non dovute e dovranno essere pertanto recuperate gestendo dei reincassi. È verosimile infatti che numerose persone abbiano presentato domanda solo in via cautelativa in attesa della conversione in legge del decreto e non è detto che le stesse si licenzieranno davvero. Oltre a generare situazioni potenzialmente non conformi alla legge, la richiesta giunta ai dipendenti Inps costituirà per gli stessi un ulteriore aggravio lavorativo e si ritroverebbero a trascurare altre prestazioni ordinarie che i cittadini, legittimamente, si attendono che vengano erogate”.

Fonte: quifinanza.it

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L’Inps ritiene opportuno diffondere alcune precisazioni in ordine alle domande di pensione del personale scolastico. L’Istituto ha predisposto una serie di importanti iniziative organizzative e procedurali per fronteggiare l’eccezionale carico di lavoro generato dalla riforma pensionistica del Decreto Legge 4 del 2019, che affianca una serie di importanti novità già previste dalla Legge di bilancio per l’anno 2019. In particolare, per il personale scolastico l’Istituto ha avviato, in costante collaborazione col MIUR, attività dedicate di normalizzazione delle posizioni assicurative, con l’ausilio anche di una specifica struttura di progetto nazionale. La proficua collaborazione ha portato, da un lato, alla condivisione di atti di indirizzo adottati dal Ministero per il potenziamento degli strumenti per lo scambio dei dati tra l’Inps e gli Uffici scolastici territoriali e le istituzioni scolastiche e, dall’altro, all’individuazione di una precisa tempistica per le attività di sistemazione dei dati da parte delle Strutture scolastiche per consentire all’INPS la verifica del diritto a pensione e la successiva liquidazione alla decorrenza prestabilita. Nell’ambito di tale collaborazione, già dal 2018 sono in corso appositi incontri formativi con le Strutture territoriali del Ministero, finalizzati ad agevolare il corretto utilizzo degli applicativi per lo scambio delle informazioni contributive. In particolare, è destituita di ogni fondamento la notizia secondo cui si rischierebbe uno slittamento dei tempi che potrebbe far «saltare» la finestra d'uscita del 1° settembre 2019 a disposizione del personale scolastico per cui, pur avendo i requisiti quest'anno, di fatto ci si potrebbe pensionare solo nel settembre del 2020: chi ha conseguito il diritto alla pensione anticipata nei termini di legge sarà collocato in pensione dal 1° settembre prossimo. Si coglie l’occasione per precisare che, a seguito della fusione di Inpdap in Inps, l’intero patrimonio informativo dell’Inpdap è stato trasferito negli archivi Inps ed è gestito attualmente dall’Inps. Le carenze informative sulle posizioni assicurative dei dipendenti pubblici sono legate alla peculiare carriera lavorativa che caratterizza questa categoria di lavoratori ed ai meccanismi di gestione delle loro posizioni assicurative, ma non hanno impedito e non impediscono la corretta liquidazione della pensione.

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L’INPS ha pubblicato, in data 11 marzo 2019, un comunicato stampa con il quale fornisce precisazioni  sulle domande di pensione del personale scolastico che ha  maturato i requisiti per il pensionamento rassicurando che la decorrenza prevista per il 1 settembre non sarà posticipata in nessun caso.  Questo il testo del comunicato stampa:

"L’Istituto ha predisposto una serie di importanti iniziative organizzative e procedurali per fronteggiare l’eccezionale carico di lavoro generato dalla riforma pensionistica del Decreto Legge 4 del 2019, che affianca una serie di importanti novità già previste dalla Legge di bilancio per l’anno 2019.

In particolare, per il personale scolastico l’Istituto ha avviato, in costante collaborazione col MIUR, attività dedicate di normalizzazione delle posizioni assicurative, con l’ausilio anche di una specifica struttura di progetto nazionale. La proficua collaborazione ha portato, da un lato, alla condivisione di atti di indirizzo adottati dal Ministero per il potenziamento degli strumenti per lo scambio dei dati tra l’Inps e gli Uffici scolastici territoriali e le istituzioni scolastiche e, dall’altro, all’individuazione di una precisa tempistica per le attività di sistemazione dei dati da parte delle Strutture scolastiche per consentire all’INPS la verifica del diritto a pensione e la successiva liquidazione alla decorrenza prestabilita. Nell’ambito di tale collaborazione, già dal 2018 sono in corso appositi incontri formativi con le Strutture territoriali del Ministero, finalizzati ad agevolare il corretto utilizzo degli applicativi per lo scambio delle informazioni contributive.

In particolare, è destituita di ogni fondamento la notizia secondo cui si rischierebbe uno slittamento dei tempi che potrebbe far «saltare»la finestra d’uscita del 1° settembre 2019 a disposizione del personale scolastico per cui, pur avendo i requisiti quest’anno, di fatto ci si potrebbe pensionare solo nel settembre del 2020: chi ha conseguito il diritto alla pensione anticipata nei termini di legge sarà collocato in pensione dal 1° settembre prossimo.

Si coglie l’occasione per precisare che, a seguito della fusione di Inpdap in Inps, l’intero patrimonio informativo dell’Inpdap è stato trasferito negli archivi Inps ed è gestito attualmente dall’Inps. Le carenze informative sulle posizioni assicurative dei dipendenti pubblici sono legate alla peculiare carriera lavorativa che caratterizza questa categoria di lavoratori ed ai meccanismi di gestione delle loro posizioni assicurative, ma non hanno impedito e non impediscono la corretta liquidazione della pensione.

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Chi può iscriversi al fondo Inps casalinghe, quanti contributi si pagano, a quanto ammonta la pensione e quando viene liquidata.

Sei un casalingo o una casalinga, o comunque non sei occupato, non stai versando i contributi previdenziali volontari all’Inps e non hai diritto all’accredito di contributi figurativi? Forse non sai che, per integrare la tua pensione, o comunque per garantirti una rendita nel caso tu non abbia mai versato contributi, puoi iscriverti al fondo pensione delle casalinghe. Chi è iscritto al fondo casalinghe, difatti, può ottenere la pensione anche a 57 anni di età, e con soli 5 anni di contributi. Fai attenzione, però, l’Inps non regala mai nulla: la pensione liquidata dal fondo casalinghe dipende esclusivamente dai contributi versati, in quanto è calcolata col sistema contributivo e non è integrata al minimo. Se vuoi una pensione che ti garantisca un reddito dignitoso, dovrai effettuare dei versamenti ingenti, non ti basterà certamente il versamento minimo mensile pari a 25,82 euro. Inoltre, devi sapere che i contributi versati al fondo casalinghe non possono essere ricongiunti, cumulati e totalizzati alla contribuzione presente in altre gestioni previdenziali. Detto questo, l’iscrizione al fondo casalinghe può comunque costituire un’alternativa alla previdenza complementare, in quanto non comporta particolari vincoli per gli iscritti, che non sono obbligati ad effettuare versamenti tutti i mesi. Ma procediamo per ordine e facciamo il punto sulla pensione casalinghe: cos’è e come funziona, quando viene liquidata, come si calcola.

Per potersi iscrivere al Fondo casalinghe è necessario soddisfare le seguenti condizioni:

età tra i 16 e i 65 anni;

svolgimento di un’attività dedita alla cura della famiglia e connessa con le proprie responsabilità familiari, senza vincoli di subordinazione;

non essere titolari di una pensione diretta (cioè di una pensione che non sia di reversibilità);

non avere rapporti di lavoro dipendente o autonomo per i quali si sia obbligati a iscriversi ad un altro ente o cassa previdenziale, a meno che non sia un’attività part time con uno stipendio così basso da ridurre le settimane utili alla pensione (in pratica la paga settimanale deve risultare inferiore a 205 euro circa).

Una volta iscritti al fondo casalinghe, non si è obbligati a versare un minimo di contributi; tuttavia, perché risulti accreditato almeno un mese di contributi, è necessario versare almeno 25,82 euro, mentre, perché sia accreditato tutto l’anno, bisogna versare all’Inps 310 euro. Se si versa di meno, saranno accreditati i soli mesi corrispondenti alla cifra versata: ad esempio, se si versano 150 euro, l’Inps accredita 5 mesi di contributi utili alla pensione.

Se in un anno si versano più di 310 euro, i contributi non possono essere “spalmati” in anni diversi, anche se non interamente coperti, ma servono soltanto ad aumentare la misura dell’assegno di pensione.

A quale età si ottiene la pensione nel fondo casalinghe?

Nel fondo casalinghe è possibile ottenere la pensione a 57 anni, ma soltanto se l’assegno supera 549,59 euro mensili, cioè 1,2 volte l’assegno sociale (che per il 2019 ammonta a 457,99 euro). In caso contrario, cioè se la rendita mensile a cui si ha diritto risulta più bassa, bisogna aspettare i 65 anni per ottenere la pensione; una volta compiuti i 65 anni, è possibile ricevere la pensione dal fondo Inps casalinghe senza dover rispettare alcuna soglia minima di reddito.

Per ottenere la pensione nel fondo casalinghe sono necessari almeno 5 anni, cioè 60 mesi, di contributi.

Come si calcola la pensione nel fondo casalinghe?

Il calcolo della pensione, sia per la pensione anticipata casalinghe a 57 anni che per quella a 65 anni, viene effettuato col sistema contributivo, che si basa sui versamenti accantonati, rivalutati e convertiti in assegno da un coefficiente di trasformazione.

In pratica, per calcolare la pensione casalinghe bisogna:

rivalutare i contributi accantonati ogni anno, in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza nazionale, ovvero in base all’incremento del Pil nominale, che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno;

sommare i contributi rivalutati, ottenendo così il montante contributivo;

moltiplicare il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione, una cifra espressa in percentuale che varia in base all’età;

si ottiene così la pensione casalinghe spettante nell’anno.

I coefficienti di trasformazione della somma dei contributi in pensione, che variano con l’età, per il fondo casalinghe sono:

4,90, per chi si pensiona a 57 anni;

5,05 per chi si pensiona a 58 anni;

5,20 per chi si pensiona a 59 anni;

5,37 per chi si pensiona a 60 anni;

5,54 per chi si pensiona a 61 anni;

5,73 per chi si pensiona a 62anni;

5,93 per chi si pensiona a 63 anni;

6,14 per chi si pensiona a 64 anni;

6,36 per chi si pensiona a 65 anni.

Esempio di calcolo pensione fondo casalinghe

Facciamo un esempio di calcolo per capire meglio a quanto ammonta la pensione casalinghe:

 

Maria, casalinga, ha un montante contributivo (cioè la cifra che corrisponde alla somma dei contributi versati, rivalutati) pari a 15mila euro;

Ottiene la pensione a 65 anni;

la sua pensione sarà pari a 15000 x 6,36%, cioè a 954 euro annui, pari a circa 73 euro mensili.

La pensione casalinghe si può integrare al minimo?

La pensione casalinghe non è integrabile al minimo e non è soggetta a perequazione, cioè agli adeguamenti periodici all’inflazione. Può però essere cumulata con l’assegno sociale. Ricordiamo, infatti, che l’assegno sociale spetta, in misura ridotta:

ai non coniugati con reddito sino a 5.889 euro annui;

ai coniugati con reddito sino a 11.778 euro annui (in questo caso si deve però sommare il reddito del coniuge).

I contributi del fondo casalinghe si possono sommare agli altri contributi?

Come abbiamo anticipato, il fondo casalinghe non è ricongiungibile a nessun altro fondo di previdenza, né cumulabile o totalizzabile. In buona sostanza, per calcolare la pensione casalinghe si possono contare solo i contributi presenti nel fondo casalinghe, e i contributi accantonati nel fondo casalinghe non possono essere sommati o riuniti con quelli di altre gestioni previdenziali.

Fonte: www.laleggepertutti.it

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Fra le novità di riforma pensioni 2019 inserite nel maxi-decreto attuativo (che delinea anche il reddito di cittadinanza), c’è l’introduzione di finestre temporali trimestrali per la decorrenza della pensione, che riguardano diverse nuove formule di uscita anticipata dal mondo del lavoro ma con regole a volte complesse. Ecco un quadro riassuntivo per capire quando decorre effettivamente la pensione nel 2019, in base alle diverse opzioni 2019 (sia quelle introdotte dalla riforma sia quelle precedenti).

Pensione di vecchiaia

E’ forse l’unica forma di pensionamento che non è stata modificata dalla riforma. Quindi, non ci sono finestre che prevedono un attesa fra il momento di maturazione del diritto e quello di decorrenza dell’assegno. Ricordiamo che il requisito per la pensione di vecchiaia 2019 è più alto rispetto all’anno scorso, perché sono scattati cinque mesi in più di aspettative di vita: quindi, il requisito 2017 è pari a 67 anni. La pensione decorre dal primo mese successivo alla maturazione del requisito.

Pensione anticipata

Qui invece ci sono novità introdotte dalla riforma, che introduce finestre trimestrali fra maturazione del diritto e decorrenza. Chi perfeziona il diritto alla pensione anticipata nel 2019, non deve applicare gli scatti legati alle aspettative di vita. Quindi il requisito resta analogo a quello del 2018: 42 anni e dieci mesi per gli uomini, un anno in meno per le donne. La norma di riferimento è l’articolo 15 del decreto 4/2019, in base al quale «il trattamento pensionistico decorre trascorsi tre mesi dalla data di maturazione dei predetti requisiti».

Attenzione: la finestra trimestrale si applica esclusivamente a coloro che maturano il requisito dopo il primo gennaio 2019. Come specifica la circolare INPS 11/2018, se il diritto è stato maturato nel 2018 si applicano le vecchie regole, per cui non ci sono finestre temporali per la decorrenza della pensione.

Quota 100

E’ la principale novità introdotta dal decreto, consiste in una nuova forma di pensionamento che si raggiunge con 62 anni di età e 38 di contributi, si applica in via sperimentale per il triennio 2019-2021. E’ prevista la finestra trimestrale, per cui la decorrenza della pensione scatta a tre mesi dalla maturazione del requisito. Coloro che hanno maturato il diritto entro il 31 dicembre 2018, hanno diritto alla pensione quota 100 dal primo aprile 2019. Nel pubblico impiego la finestra è di sei mesi, con prima decorrenza utile il primo agosto 2019.

Fanno eccezione i dipendenti del comparto Scuola, per i quali la pensione decorre dal 1° settembre dell’anno in cui raggiungono i requisiti e che quindi, se maturano i requisiti per la Quota 100 entro fine anno, devono comunicare le dimissioni entro il 28 febbraio 2019.

 

Opzione Donna

 

Il decreto ha esteso l’Opzione Donna alle lavoratrici che hanno maturato, entro il 31 dicembre 2018, 35 anni di contributi e 58 anni di età per le lavoratrici dipendenti e 59 per le autonome. Per la decorrenza, continuano ad applicarsi le precedenti regole previste dall’Opzione Donna, per cui la finestra temporale è pari a 12 mesi per le lavoratrici dipendenti e a 18 mesi per le autonome.

Lavoratori precoci

Il maxi-decreto ha eliminato l’applicazione degli scatti aspettative di vita, per cui anche nel 2019 i precoci possono ritirarsi con 41 anni di contributi. Anche in questo caso, c’è una finestra trimestrale fra la maturazione del requisito e la decorrenza della pensione. Ricordiamo che i lavoratori precoci devono avere almeno un anno di contributi versati entro il compimento dei 19 anni di età e ricadere in una delle quattro tipologie di lavoratori previste dalla legge 232/2016, comma 199 (disoccupati che hanno terminato di percepire il sussidio da almeno tre mesi, caregiver, lavoratori con disabilità pari almeno al 74%, lavoratori gravosi).

 

APE sociale

E’ stata prorogata fino al 31 dicembre 2019 la possibilità di ritirarsi utilizzando l’APE sociale, che riguarda lavoratori con almeno 62 anni di età e 30 o 36 anni di contributi a seconda della tipologia a cui appartengono, fra le quattro previste dai commi 179 e seguenti della legge 232/2016. Non si applicano finestre temporali: l’APE Sociale decorre dal primo giorno successivo a quello della presentazione della domanda di accesso al beneficio.

Pensione usuranti e gravosi

Non ci sono novità per questi lavoratori nel decretone. Le finestre mobili, per chi sceglie la pensione lavori usuranti, erano già state abolite nel 2018, quindi non si applicano. I requisiti restano dunque quelli precedentemente previsti: si parte da quota 97,6 (35 anni di contributi e 61 anni e sette mesi di età) per gli addetti alle mansioni usuranti previste dall’articolo 1 del dlsg 67/2011, che devono essere svolte per almeno sette anni negli ultimi dieci oppure per la metà della vita lavorativa.

Anche per i lavoratori addetti a mansioni gravose non ci sono novità 2019, ma ricordiamo che nel 2018 era scattata per loro l’esclusione dalle aspettative di vita. Quindi, il diritto alla pensione di vecchiaia per i lavoratori addetti a mansioni gravose resta a 66 anni e sette mesi, quello alla pensione anticipata a 42 anni e dieci mesi per gli uomini e 41 anni e dieci mesi per le donne. Le mansioni gravose sono 15, e sono elencate nell’allegato b della legge 205/2017.

 

Fonte: www.pmi.it

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Dichiarazione del Sottosegretario al Lavoro Claudio Cominardi

“In soli cinque giorni, 32mila persone hanno colto l’occasione per sfuggire alla gabbia micidiale della Legge Fornero. Non posso non pensare all’enorme beneficio che il ricambio generazionale avrà per la Pubblica Amministrazione, visto che 10mila richieste giungono proprio dal settore pubblico. Mi soddisfa pensare anche che presto nelle classi duemila insegnanti cederanno il passo a giovani motivati e pronti alle sfide educative, formative e lavorative del nuovo millennio”.

Così il Sottosegretario per il Lavoro e le Politiche Sociali Claudio Cominardi, che guarda con “piena soddisfazione” ai numeri resi pubblici dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale venerdì 8 febbraio 2019.

"Osservo con piacere - aggiunge Cominardi, bresciano - che la terza regione per numero di richieste sia la Lombardia". Dopo la Sicilia (3.827) e il Lazio (3.775), infatti, il terzo posto in classifica è per la Lombardia (3.391), con le Province di Brescia e Bergamo in testa (rispettivamente 416 e 390) dopo Milano (1.207).

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Pensione di cittadinanza al palo. Non può essere erogata, infatti, perché non sono state fissate le modalità ed è escluso l'utilizzo della «Carta Rdc». Lo spiega, tra l'altro, l'Inps nel «Manuale» pubblicato sul proprio sito web, aggiungendo che la mancanza sarà sanata con la conversione del dl n. 4/2019 che ha istituito il reddito di cittadinanza (Rdc) e la pensione di cittadinanza (Pdc). L'Inps anticipa, inoltre, che la comunicazione di accoglimento o rigetto della domanda di Rdc/Pdc verrà inviata tramite e-mail e/o sms e che, dalla data di tale comunicazione, scatteranno i 30 giorni per recarsi al centro per l'impiego o a un patronato per presentare la Did (dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro).

Pdc al palo. Non è ancora partita e già necessita di una manutenzione la disciplina del Rdc/Pdc. Infatti, ha dimenticato di dettare le modalità d'erogazione della Pdc, stabilendo che la «Carta Rdc» andrà utilizzata esclusivamente per l'erogazione del Rdc. La normativa stabilisce, a riguardo, che la Pdc «è suddivisa in parti uguali tra i componenti il nucleo familiare», ma nulla dice sul come deve avvenire materialmente la liquidazione del beneficio economico. Queste modalità, spiega l'Inps, verranno definite in sede di conversione del decreto legge n. 4/2019. L'istituto spiega, inoltre, che la differenza tra Rdc e Pdc è, in sostanza, una differenza di scopo: il Rdc è un aiuto economico finalizzato al reinserimento nel mondo del lavoro; la Pdc è un aiuto economico a favore delle famiglie di anziani (tutti aventi almeno 67 anni d'età).

Di conseguenza, mentre per l'erogazione del Rdc è necessario il rispetto degli adempimenti legati al lavoro, per avere la Pdc è sufficiente la sola presentazione della domanda (in entrambi i casi, ovviamente, vanno soddisfatti i requisiti base).

Come si presenta la domanda. La domanda di Rdc/Pdc può essere presentata su carta presso gli uffici postali a partire dal 6 marzo (e successivamente da ogni giorno 6 del mese); oppure online sul sito del ministero www.redditodicittadinanza.gov.it tramite le credenziali Spid. Inoltre, la raccolta delle domande avverrà anche presso i Caf, dalla data e con le modalità che saranno successivamente comunicate. Unica condizione è l'aver già presentato la Dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) ai fini Isee, alla quale l'Inps assocerà la domanda di Rdc/Pdc.

L'esito dall'Inps. Presentata la domanda, è l'Inps che comunicherà l'accoglimento o il rigetto via e-mail e/o sms, ai recapiti indicati dai richiedenti. L'Inps non indica un termine; stando alla normativa, questo non dovrebbe andare oltre 20 giorni: è previsto che le informazioni contenute nella domanda siano inviate all'Inps entro 10 giorni lavorativi e che l'Inps dia risposta nei successivi 5 giorni lavorativi. In caso di accoglimento:

arriverà una seconda comunicazione, stavolta dalle Poste, con l'appuntamento presso un ufficio per il ritiro della «Carta Rdc» con relativo Pin. La carta sarà intestata al richiedente e non è possibile avere più carte;

entro 30 giorni dalla mail o sms dell'Inps tutti i componenti del nucleo familiare devono rendere la Did, con eccezione dei soggetti esclusi

Fonte: ItaliaOggi

Pubblicato in CAF Fenapi

Con la circolare INPS 1 febbraio 2019, n. 15, l’Istituto fornisce istruzioni per l'applicazione della proroga dell'APE Sociale prevista dal decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4.

La circolare fornisce, inoltre, chiarimenti riguardanti la decorrenza delle indennità per i soggetti che, essendo in possesso della relativa certificazione, non hanno presentato domanda del beneficio entro il 31 dicembre 2018.

Si precisa che il modello di domanda per la verifica delle condizioni e per l’accesso al beneficio sono gli stessi già in uso nel 2018 e sono reperibili sul sito come indicato nel messaggio 29 gennaio 2019, n. 402.

Le domande di verifica delle condizioni andranno presentate entro il 31 marzo 2019 e, successivamente, entro il 15 luglio 2019 e il 30 novembre 2019. L'esito delle stesse sarà fornito rispettivamente entro il 30 giugno 2019, il 15 ottobre 2019 e il 31 dicembre 2019.

Tra i diversi scaglioni di richiesta l'Istituto effettuerà il monitoraggio della disponibilità delle risorse finanziarie. Le domande di verifica saranno valutate in base ai criteri di priorità già illustrati nella circolare INPS 16 giugno 2017, n. 100.

Si ricorda che l’APE Sociale, in presenza di tutti i requisiti, decorre dal primo giorno del mese successivo alla domanda di trattamento, previa cessazione dell’attività di lavoro dipendente, autonomo e parasubordinato, svolta in Italia o all’estero.

Pubblicato in Patronato INAPI
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