Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca sul pulsante Cookie Policy

In chiusura del mese sarà la scadenza del 27 dicembre 2018 quella più impegnativa per professionisti e imprese: si tratta del termine per il versamento dell’acconto IVA dovuto in relazione al periodo d’imposta 2017.

L’acconto IVA può essere calcolato con tre diversi metodi:

metodo storico: l’acconto Iva è pari all’88% dell’Iva versata per il mese o trimestre dell’anno precedente, prendendo come riferimento la liquidazione Iva 2017;

metodo previsionale: calcolo acconto Iva in base ad una previsione delle operazioni effettuate nell’ultima parte del 2018, mese o trimestre sulla base del tipo di contribuente. Anche in questo caso bisognerà versare l’88% dell’imposta dovuta;

metodo analitico: il calcolo si basa sulle operazioni effettuate entro il 20 dicembre 2018 e l’acconto è pari al 100% dell’importo derivante dalla liquidazione che tiene conto dell’Iva relativa alle seguenti operazioni:

operazioni annotate nel registro delle fatture emesse (o dei corrispettivi) dal 1° dicembre al 20 dicembre (se si tratta di contribuenti mensili) o dal 1° ottobre al 20 dicembre (se si tratta di contribuenti trimestrali);

operazioni effettuate, ma non ancora registrate o fatturate, dal 1° novembre al 20 dicembre;

operazioni annotate nel registro delle fatture degli acquisti dal 1° dicembre al 20 dicembre (se si tratta di contribuenti mensili) o dal 1° ottobre al 20 dicembre (se si tratta di contribuenti trimestrali).

Un caso particolare riguarda il contribuente che nel 2017 aveva periodicità di versamento IVA mensile e che nel 2018 diventa contribuente trimestrale: la modalità di calcolo dell’acconto è stata oggetto di un approfondimento appositamente dedicato.

Scadenze fiscali 27 dicembre 2018, Intrastat mensili

Sempre entro la scadenza del 27 dicembre 2018, gli operatori intracomunitari con obbligo mensile dovranno effettuare l’invio degli elenchi Intrastat.

Nel dettaglio, la scadenza riguarda la trasmissione degli elenchi riepilogativi delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi rese nel mese precedente nei confronti di soggetti UE.

Gli elenchi Intrastat possono essere presentati esclusivamente in via telematica all’Agenzia delle Dogane mediante il Servizio Telematico Doganale E.D.I. (Electronic Data Interchange) oppure all’Agenzia delle Entrate sempre mediante invio telematico.

Scadenze fiscali 31 dicembre 2018: Irpef, Irap, cedolare secca per gli eredi

In chiusura del mese si segnala la scadenza del 31 dicembre 2018, termine di versamento delle imposte sui redditi dovute a titolo di saldo per il 2017 dagli eredi di soggetti deceduti dopo il 28 febbraio 2018 e che presentano la dichiarazione dei redditi per conto del de cuius.

 

La scadenza riguarda sia l’Irpef che Irap, Ires, IVA, imposte sostitutive e cedolare secca dovute dagli eredi.

All’interno dello scadenzario di dicembre dell’Agenzia delle Entrate sono riportati ulteriori dettagli in merito, tra cui i codici tributo da utilizzare per il versamento delle imposte.

Pubblicato in CAF Fenapi Impresa

A partire dal 1° gennaio 2019 aumenta il tasso di interesse legale diventando pari allo 0,8 pe cento. L’aggiornamento annuale è previsto dall’articolo 1284, primo comma, del codice civile, secondo cui la percentuale deve essere rivista “sulla base del rendimento medio annuo lordo dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi e tenuto conto del tasso di inflazione registrato nell’anno”.

 

A stabilire la modifica per il 2019 è stato il decreto MEF del 12 dicembre 2018 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 291 del 15 dicembre 2018.

La variazione ha risvolti di varia natura, anche di carattere fiscale, ad esempio in fase di determinazione delle somme da versare quando si fa ravvedimento. Infatti, quando si ricorre a tale istituto, è questo il saggio da considerare per il conteggio degli interessi dovuti: vanno calcolati giornalmente, tenendo conto del fatto che il tasso da applicare potrebbe non essere unico, ma cambiare in ragione di quello vigente nei diversi periodi.

Questo perché, negli ultimi anni, è stato puntualmente modificato:

nel 2018 è pari allo 0.3%

nel 2017 era pari allo 0,1%;

nel 2016, era lo 0,2%;

nel 2015, lo 0,5%;

nel 2014, l’1%;

negli anni 2013 e 2012, il 2,5 per cento.

Pubblicato in CAF Fenapi Impresa

Rischio acconto Iva per i futuri forfettari. Il prossimo 27 dicembre saranno chiamati al pagamento dell'acconto Iva anche tutti i contribuenti che faranno «il salto» nel 2019 passando al regime forfettario ampliato ai 65 mila euro e che dovranno calcolare con estrema attenzione gli importi dovuti in acconto per evitare versamenti in eccesso e terminare l'ultimo mese/trimestre 2018 con un credito che sarebbe poi di difficile compensazione nell'anno venturo. Il non remoto rischio è appunto quello chiudere l'ultimo anno di applicazione dell'Iva, essendo il regime forfettario escluso dall'ambito di applicazione dell'imposta sul valore aggiunto, con un credito la cui compensazione (ovvero il suo utilizzo) diventerebbe di difficile fruizione.

Il contribuente con saldo Iva 2018 credito infatti, non avrebbe di certo la possibilità di utilizzarlo in compensazione immediata verticale non avendo più Iva a debito e correrebbe anche il serio rischio non poterlo utilizzare orizzontalmente in caso di saldo Irpef 2018 a credito (magari per via di ritenute d'acconto superiori all'imposta netta dovuta).

In poche parole un eventuale eccesso di versamento in acconto il 27 dicembre 2018 rischia di essere recuperato addirittura nel 2020 con il pagamento del primo saldo dell'imposta sostitutiva del regime agevolato forfettario.

La casistica in oggetto riguarda soprattutto i professionisti in Gestione separata Inps, una platea numerosa di soggetti, che liquidano le imposte sia erariali che previdenziali due volte l'anno a differenza invece di imprese e professionisti «con cassa», che avendo le scadenze contributive dilazionate in più rate nel corso dell'annualità fiscale hanno invece più «chance» di riassorbile eventuali crediti fiscali tramite la compensazione di questi importi.

La soluzione per evitare il problema è quella di scegliere con attenzione il metodo di calcolo dell'acconto Iva.

Il legislatore concede al contribuente tre possibilità, utilizzando il metodo storico e versando l'88% dell'imposta risultante dall'ultima liquidazione mensile/trimestrale 2017, usando la metodologia previsionale e pagando sempre l'88% ma del presunto debito dell'ultima liquidazione 2018 oppure quello analitico versando il 100% dell'imposta risultante dalla liquidazione straordinaria al 20/12/2018.

Mentre nessun rischio si corre con il metodo previsionale (se non quello di sottostimare il debito e dover poi integrare il versamento con ravvedimento operoso) più pericolosi e da tenere sotto controllo sono quello storico e quello analitico.

Se lo storico è da evitare in caso di liquidazione dell'ultimo mese/trimestre 2017 con debito molto alto e con relativo acconto 2018 di importo che potrebbe rivelarsi elevato ed eccedente rispetto al dovuto, quello analitico può essere invece usato solo se si ha certezza che nel periodo non monitorato tra il 21 e il 31 dicembre non si ricevano fatture di importi consistenti con relativa Iva a credito che potrebbe generare un saldo positivo di fine anno per il contribuente.

Ulteriore possibilità per eludere errori dovuti a calcoli frettolosi e risolvere a monte il problema è quella di non versare l'acconto Iva alla scadenza del prossimo 27 dicembre, attendere la chiusura dell'ultimo mese/trimestre 2018, effettuare quindi il calcolo puntuale dell'Iva dovuta e versare successivamente l'88% relativo all'acconto con ravvedimento operoso applicando però le sanzioni e gli interessi dovuti a partire proprio dalla scadenza del 27.

Fonte: ItaliaOggi

Pubblicato in CAF Fenapi Impresa

La rivalsa a seguito di accertamento è un istituto privatistico, e pertanto in caso di mancato pagamento dell’imposta da parte dell’acquirente del bene o del servizio l’unica possibilità che il fornitore ha per recuperare l’Iva versata all’Erario, ma non incassata, è quella di rivolgersi al giudice civile. Nel caso oggetto dell’interpello, però, questa strada non è più percorribile in quanto la società cessionaria è stata cancellata dal registro delle imprese e, quindi, si è definitivamente estinta. Questo il senso della risposta dell'Agenzia delle Entrate n. 84 del 26 novembre 2018.

La società Alfa, esercente attività di commercio al dettaglio ha chiesto chiarimenti in merito alla corretta interpretazione dell’articolo 60, comma settimo, del d.P.R. 633/72 concernente l’esercizio del diritto di rivalsa dell’Iva relativa ad avvisi di accertamento o rettifica emessi nei confronti di fornitori di beni e servizi nella particolare ipotesi di intervenuta estinzione del soggetto passivo acquirente. In particolare infatti, alla società istante sono stati notificati avvisi di accertamento contenenti la contestazione di tutte le fatture emesse nei confronti della società Beta la quale ha cessato l’attività, chiuso la partita Iva e operato la definitiva cancellazione dal registro delle imprese. Per tutti gli avvisi di accertamento la società Alfa ha presentato istanza di adesione a seguito della quale l’Ufficio ha rideterminato la pretesa impositiva. Il contribuente rileva una condizione di incertezza interpretativa per quanto attiene all’esercizio della rivalsa nel caso in cui, a seguito di definizione dell’accertamento, il cedente/ prestatore non possa effettivamente esercitare il diritto di rivalsa a causa della cessazione dell’attività di impresa e della perdita dello status di soggetto passivo da parte del cessionario/committente.

Nel rispondere le Entrate hanno chiarito che dopo l’articolo 60, settimo comma, del d.P.R. 633/72, consente l’esercizio del diritto di rivalsa della maggiore imposta accertata a condizione che il fornitore abbia definitivamente corrisposto le somme dovute all’Erario in dipendenza dell’importo controverso. La rivalsa a seguito di accertamento si differenzia da quella ordinariamente prevista poiché ha carattere facoltativo, si colloca temporalmente in epoca successiva all’effettuazione dell’operazione e presuppone l’avvenuto versamento definitivo della maggiore IVA accertata da parte del fornitore.

L’avvenuta introduzione del diritto di rivalsa a seguito di accertamento si propone di ripristinare la neutralità garantita dal meccanismo della rivalsa (esercitabile dal fornitore soggetto passivo) e dal diritto di detrazione (esercitabile dell’acquirente soggetto passivo) consentendo il normale funzionamento dell’imposta, la quale deve, per sua natura, colpire i consumatori finali e non gli operatori economici. Affinché la neutralità sia effettivamente ripristinabile, il diritto di rivalsa è ammesso a condizione che l’accertamento abbia consentito l’individuazione esatta della società cessionaria e la riferibilità dell’IVA accertata alle operazioni di cessione effettuate.

 

Tuttavia, va rilevato che la rivalsa operata ai sensi dell’articolo 60 ha natura di istituto privatistico, inerendo non al rapporto tributario ma ai rapporti interni fra i contribuenti. In caso di mancato pagamento dell’IVA da parte dell’acquirente del bene o del servizio l’unica possibilità consentita al fornitore per il recupero dell’IVA pagata all’Erario, ma non incassata, è quella di adire l’ordinaria giurisdizione civilistica. Nel caso descritto tale via risulta preclusa a far data dalla cancellazione della società cessionaria dal registro delle imprese che ha comportato l’estinzione societaria definitiva e la conseguente perdita della titolarità del rapporto giuridico dedotto in giudizio. Dunque, il diritto di rivalsa, pur astrattamente riconosciuto, non è più giuridicamente esercitabile dalla società istante.

Fonte: www.fiscoetasse.com

Pubblicato in CAF Fenapi

Con l'entrata in vigore della legge di conversione del D.L. n. 193/2016, sono state introdotte diverse ed importanti novità circa i rimborsi IVA in quanto, è stata aumentata la soglia limite entro la quale, il rimborso può essere erogato senza ulteriori adempimenti.

L’aumento della soglia del rimborso IVA a 30.000,00 euro (in precedenza il limite era di euro 15.000,00), consente, pertanto, ai contribuenti di ottenere la restituzione del credito IVA senza dover presentare garanzie, visto di conformità, attestazioni di solidità patrimoniale, continuità aziendale o DURC.

Le nuove regole, relative esclusivamente al rimborso IVA, introdotte dall’articolo 7-quater, comma 32, del D.L. n. 193/2016, modificano e integrano quando disposto dall’articolo 38-bis del D.P.R. n. 633/1972. Il rimborso Iva annuale, effettuato entro tre mesi dalla data di presentazione della dichiarazione Iva 2018, non necessita di garanzie fino al nuovo limite di 30.000,00 euro. Stessi limiti anche per il rimborso del credito Iva infrannuale.

Il credito IVA, superiore a 2.582,28 euro, può, a scelta del contribuente, essere chiesto a rimborso, se si verifica una delle condizioni previste dall’articolo 30, comma 3, del D.P.R. n. 633/1972, ossia:

aliquota media delle operazioni attive inferiori a quella degli acquisti;

operazioni non imponibili superiori al 25 per cento del totale delle operazioni effettuate;

acquisti di beni ammortizzabili e spese per studi e ricerche;

prevalenza di operazioni non soggette ad IVA;

soggetti non residenti.

Si precisa che, a seguito del D.L. n. 50/2017 il limite delle compensazioni al di sopra del quale è richiesto il visto di conformità è stato ridotto a euro 5.000,00 annui.

Preme ricordare, con riferimento all’istanza trimestrale, modello IVA TR che, sussiste l’obbligo di apporre il visto di conformità al fine di poter utilizzare in compensazione il credito IVA infrannuale se di importo superiore a 5.000,00 euro annui.

Sul punto, l’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 82, pubblicata sul proprio sito internet il 14 novembre 2018, ha fornito ulteriori chiarimenti in merito all’integrazione del Modello IVA TR, necessario per l’ottenimento del rimborso dell’eccedenza IVA, maturato nel corso di ciascun trimestre, o per il suo utilizzo in compensazione.

Il parere dell’Agenzia delle Entrate

L’istante, nel quesito posto all’Agenzia dell’Entrate, ritiene che, anche laddove la dichiarazione IVA annuale sia stata già presentata, ove non si muti la destinazione del credito indicato nel Modello IVA TR, sia possibile l’invio di un nuovo Modello IVA TR integrativo entro l’ultimo giorno utile per la presentazione della dichiarazione IVA annuale, ossia il 30 Aprile.

 

Inoltre, ritiene che, nonostante l’integrazione del Modello IVA TR, non sia necessaria una nuova dichiarazione IVA annuale, considerato che i dati ivi indicati non muterebbero in alcun modo, e che non sia dovuta alcuna sanzione per la presentazione del Modello IVA TR integrativo.

L’Agenzia delle Entrate, richiamando l’articolo 38-bis, comma 2, del D.P.R. n. 633/72, precisa che, al contribuente viene data la possibilità di richiedere, in presenza di determinati requisiti, il rimborso del credito IVA in relazione a periodi inferiori all’anno. In alternativa, continua l’Agenzia, a seguito dell’introduzione dell’articolo 10, comma 1, lettera a), n. 5, del Decreto Legge n. 78/2009, i contribuenti che soddisfano i medesimi requisiti previsti dal summenzionato comma 2, possono richiedere la compensazione del credito IVA, ai sensi dell’articolo 17, del D.Lgs. n. 241/97.

Inoltre, le istanze di rimborso e di compensazione delle eccedenze del credito IVA infrannuale, di importo superiore ad euro 2.582,28, sono presentate telematicamente attraverso il Modello IVA TR, entro l’ultimo giorno del mese successivo al trimestre di riferimento.

Nella Risoluzione in commento, viene citata, in merito alla possibilità di integrare/rettificare il Modello IVA TR, la Risoluzione n. 99/E dell’11 Novembre 2014, la quale chiarisce che “la modifica della modalità di utilizzo del credito, operata tramite la presentazione di un nuovo modello TR, deve successivamente trovare corretta esposizione nella dichiarazione annuale IVA e, pertanto, la rettifica del modello TR non può essere esercitata dopo la data di presentazione della stessa dichiarazione”.

L’Agenzia delle Entrate, in merito al quesito posto, ritiene che, non si ravvisano ostacoli di tipo normativo o procedurale a consentire l’integrazione/rettifica del modello IVA TR entro il 30 aprile di ogni anno - o comunque, entro il diverso termine di scadenza di invio della dichiarazione IVA annuale - al fine di integrare/modificare elementi che non incidono sulla destinazione e/o ammontare del credito infrannuale, ovviamente sempre che l’eccedenza IVA non sia già stata rimborsata ovvero compensata.

Conclude, pertanto, l’Agenzia che, l’integrazione/correzione degli elementi non costituisce, altresì, errore soggetto a sanzione, salvo che, con riferimento al visto di conformità, si sia proceduto a utilizzare in compensazione il credito infrannuale in presenza di un modello TR IVA carente del visto.

Fonte: Fiscalfocus

Pubblicato in CAF Fenapi

Con la circolare n. 19/E di oggi (link), le Entrate fanno il punto sul nuovo regime del Gruppo Iva, introdotto dalla Legge di Bilancio 2017, che, in un’ottica di semplificazione, ha previsto la possibilità per tutti i soggetti Iva stabiliti in Italia, per i quali ricorrono i vincoli finanziario, economico e organizzativo, di costituire un unico soggetto passivo ai fini dell’imposta sul valore aggiunto.

 Per aderire all’istituto, è sufficiente che il soggetto rappresentante del Gruppo presenti telematicamente il modello approvato il 19 settembre scorso.

Per il primo anno di applicazione, se l’opzione viene esercitata entro il 15 novembre 2018 il Gruppo Iva avrà efficacia dal 1° gennaio 2019. A regime, invece, si potrà presentare la dichiarazione fino al 30 settembre per costituire il gruppo dal primo gennaio dell’anno successivo. Tutti i vincoli, punto per punto - La nuova disciplina, che trova fondamento nella Direttiva 2006/112 CE, si ispira a una finalità antiabuso e di semplificazione, consentendo la possibilità di costituire un unico soggetto passivo d’imposta dotato di propria partita Iva e di una propria iscrizione al Vies in caso di operazioni intracomunitarie; il Gruppo è titolare degli stessi diritti e degli stessi obblighi di qualsiasi altro operatore economico. Possono costituire un Gruppo Iva i soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato che esercitano attività d'impresa, arte o professione, per i quali ricorrano congiuntamente i vincoli finanziario, economico e organizzativo previsti dall'articolo 70-ter del DPR n. 633/1972. Adesione secondo il principio “all-in all-out” e interpello per i casi dubbi – Una volta esercitata l’opzione, partecipano al Gruppo Iva tutti i soggetti per i quali ricorrano congiuntamente i vincoli finanziario, economico e organizzativo. È possibile, mediante un interpello probatorio, dimostrare la sussistenza o meno dei vincoli economico e/o organizzativo in capo a singoli soggetti. L’opzione al regime è vincolante per un triennio, al termine del quale l’opzione si rinnova automaticamente per ciascun anno successivo, salvo revoca. Se l’opzione viene presentata entro il prossimo 15 novembre, il Gruppo avrà efficacia dal 1° gennaio 2019, mentre a regime si potrà presentare la dichiarazione dal 1º gennaio al 30 settembre perché il Gruppo Iva abbia efficacia dall'anno successivo. Dal 1º ottobre al 31 dicembre, invece, l’opzione avrà effetto dal secondo anno successivo a quello di presentazione. Il nuovo istituto si aggiunge alla liquidazione dell’Iva di gruppo, la forma di tassazione consolidata di autonomi soggetti passivi d’imposta (articolo 73 del DPR n. 633/1972).

Fonte: Agenzia delle entrate

Pubblicato in CAF Fenapi Impresa

Sono esenti da Iva le attività di casa-accoglienza e socio educative, svolte da un’azienda agricola che realizza interventi, azioni e percorsi di integrazione e di inserimento lavorativo di minori in situazioni di disagio, in quanto si tratta di prestazioni assimilabili a quelle svolte dalle istituzioni assistenziali tipiche quali: "brefotrofi, orfanotrofi, asili, case di riposo per anziani" (art. 10, comma 1, n. 21, D.P.R. n. 633/1972).

Questo il parere dell'Agenzia fornito con la Risoluzione del 16 ottobre 2018 n. 77, che ha risposto alla richiesta di chiarimenti in merito al trattamento fiscale agli effetti dell’IVA per le prestazioni socio-educative svolte da un’azienda agricola che risulta iscritta nei registri regionali delle "Fattorie didattiche", in quello delle "Fattorie sociali", nel registro delle Comunità per minori, nonché nel Sistema informativo minori accolti (SIM) del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

Tale Comunità attua un modello peculiare di accoglienza teso a valorizzare ai fini della riabilitazione l’aspetto ambientale. Per cui la natura e il lavoro agricolo diventano parte terapeutica del progetto nell’ambito di una “agri-comunità” che offre una pluralità di opportunità formative attraverso la promozione della agricoltura sociale come definita nella legge n. 141 del 18 agosto 2015.

L’azienda agricola, inoltre, stipula con i Comuni apposite convenzioni per la realizzazione di interventi, azioni e percorsi, finalizzati all’accoglienza, all’integrazione socio-educativa e di inserimento lavorativo di minori in situazioni di disagio, a fronte di una retta pro capite, per ogni giorno di effettiva presenza del minore nella comunità, laddove per giornata di presenza si intende l’accoglienza presso il centro per almeno 6 ore.

In conclusione ai fini dell’applicazione dell’Iva, assume rilievo il carattere oggettivo delle prestazioni rese, mentre non è richiesta una qualità particolare nel soggetto che la rende, e l'Agenzia sottolinea che l'Azienda agricola presenta l'elemento necessario di attenzione alla "socialità", inteso come consapevolezza dei doveri sociali nei confronti di persone che versano in condizioni disagiate, pertanto la natura e le finalità essenzialmente sociali, assistenziali e di mero soccorso a favore della gioventù delle attività svolte dall'azienda agricola, sono assimilabili a quelle svolte da istituzioni assistenziali tipiche, quali: “brefotrofi, orfanotrofi, asili, case di riposo per anziani” e, quindi esenti da Iva ai sensi all’articolo 10, comma 1, n. 21 del Dpr 633/1972.

Pubblicato in CAA Fenapi

Scade il 31 ottobre il termine per la presentazione telematica del Modello Iva TR relativo al terzo trimestre 2018. L’istanza, obbligatoria per richiedere la possibilità di portare in compensazione o richiedere a rimborso il credito IVA maturato nei mesi di luglio, agosto e settembre, è l’ultima del 2018, posto che il credito che eventualmente maturasse nel quarto trimestre dovrà confluire in dichiarazione annuale.

Ricordiamo che l’istanza di rimborso IVA (o richiesta in compensazione) è subordinata al rispetto di precise condizioni. Infatti, il modello TR può essere presentato solo in presenza di un credito, maturato nel trimestre di riferimento, di importo superiore a euro 2.582,28. Si badi bene che si tratta del credito maturato nel trimestre, mentre non deve essere considerata l’eventuale quota parte di credito che deriva dal riporto a nuovo di crediti maturati nel corso dei trimestri precedenti, così come non può essere computato l’eventuale credito anno 2017 riportato “IVA su IVA” che eventualmente concorra a determinare il credito del trimestre.

Occorre inoltre che sia rispettata almeno una delle condizioni stabilite dall’articolo 30 comma 3 del D.P.R. 633/72, ovvero:

Aliquota media operazioni attive inferiore a aliquota media operazioni passive - L’aliquota media sugli acquisti deve superare quella media relativa alle operazioni attive, maggiorata del 10%, senza considerare nel conteggio l’IVA scaturente da acquisti o cessioni di cespiti. Devono invece essere considerate le operazioni fatturate in regime di split payment ed in reverse charge.

Operazioni non imponibili – Costituisce titolo alla presentazione del TR l’aver effettuato operazioni non imponibili per un ammontare superiore al 25% dell’ammontare complessivo di tutte le operazioni attive effettuate nel trimestre di riferimento.

Acquisto di beni ammortizzabili, limitatamente all’imposta relativa – Laddove l’acquisto di beni ammortizzabili effettuati nel periodo sia superiore ai 2/3 del totale delle operazioni passive (acquisti ed importazioni) effettuate nel periodo è possibile presentare TR, ma l’importo da considerarsi ai fini della compensazione o del rimborso non è l’importo totale del credito maturato nel trimestre, bensì solo quella parte di tale credito che si riferisce all’imposta assolta sugli acquisti di beni strumentali. Si precisa che, come precisato dall’Agenzia delle Entrate con Risoluzione 392/E del dicembre 2007, non è possibile comprendere i canoni di leasing sostenuti nel novero delle spese per acquisto di beni strumentali.

Soggetti non residenti. I soggetti non residenti che si sono identificati direttamente nel territorio dello stato ai sensi dell’articolo 35-ter, ovvero che abbiano nominato un rappresentante fiscale in Italia, possono sempre richiedere a rimborso o in compensazione con il Modello TR i credito maturato nel trimestre, senza necessità di rispettare ulteriori condizioni.

Operazioni con soggetti passivi non stabiliti – Al fine del riconoscimento del credito trimestrale è necessario aver effettuato operazioni attive non soggette nei confronti di soggetti passivi non stabiliti nel territorio dello Stato, per un importo superiore al 50% del totale delle operazioni effettuate. A tal fine devono essere considerate le prestazioni effettuate di lavorazione relative a beni mobili materiali, prestazioni di trasporto di beni e relative prestazioni di intermediazione, prestazioni di servizi accessorie ai trasporti di beni e relative prestazioni di intermediazione, ovvero prestazioni di servizi di cui all'articolo 19, comma 3, lettera a-bis).

Per il credito IVA scaturente da TR che si intende gestire in compensazione con modello F24 valgono le regole ordinarie di cui al D.L. 50/2017: fino a 5.000 euro (da considerarsi su base annuale, quindi compresi gli eventuali crediti scaturenti da TR del primo e del secondo trimestre), la compensazione potrà essere effettuata senza necessità di apposizione di visto di conformità. Il visto, o la sottoscrizione dell’organo di controllo societario, invece, è obbligatorio al superamento di tale soglia, che deve essere verifica non con riferimento a quanto effettivamente è stato oggetto di compensazione, bensì sulla scorta del credito (o dei crediti) esposti nei Modelli TR presentati con riferimento all’anno 2018. Quanto sopra poiché il TR viene visto come una espressa richiesta di compensazione, e l’Amministrazione pertanto considera automaticamente, ai fini del visto, tali somme come compensate. Per poter concretamente utilizzare il credito in compensazione è necessario che il TR sia effettivamente trasmesso, e occorre attendere 10 giorni dalla ricevuta di accoglimento da parte dell’Agenzia delle Entrate, ed il modello F24 che espone il credito in compensazione dovrà obbligatoriamente essere trasmesso sui canali dell’Agenzia delle Entrate.

Laddove, invece, si scelga la strada della richiesta a rimborso del credito, non sarà necessario presentare garanzie fino all’importo massimo di 30.000 euro, intesi, anche in questo caso, come soglia annuale. Oltre tale soglia, è altresì possibile non dover presentare garanzie, ma in tal caso è necessario che il modello TR sia munito di visto di conformità o sottoscrizione da parte dell’organo di controllo, ed inoltre il contribuente deve sottoscrivere una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà attestante la sussistenza di determinati requisiti patrimoniali.

Esistono inoltre, nel caso del rimborso oltre soglia 30mila euro, tutta una serie di situazioni che impongono comunque la presentazione della garanzia. Tali situazioni, che l’Erario identifica come “situazioni a rischio”, sono normativamente previste come segue:

a) Attività esercitata da meno di due anni (escluse le start-up innovative);

b) Soggetti cui, nei due anni precedenti la richiesta di rimborso, sono stati notificati avvisi di accertamento e rettifica da cui risulti, per ciascun anno, una differenza tra gli importi accertati e quelli dell’imposta dovuta o del credito dichiarato superiore al 10 % degli importi dichiarati se questi non superano 150.000 euro, al 5 % degli importi dichiarati se questi superano 150.000 euro ma non superano 1.500.000 euro e all’1 % degli importi dichiarati, o comunque a 150.000 euro se gli importi dichiarati superano 1.500.000 euro;

c) Modello TR privo di visto di conformità (o sottoscrizione dell’organo di controllo societario) o privo della richiesta dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà.

Fonte: FiscalFocus (Sandra Pennacini)

Pubblicato in CAF Fenapi

L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato il protocollo n. 237975/2018 con il quale ha comunicato l’avvio dei controlli sulla comunicazione dei dati Iva. Le verifiche riguarderanno l’omessa dichiarazione in tutto o in parte del volume d’affari conseguito, ai sensi dei dati Iva comunicati con lo spesometro, nella versione vigente fino al 23 ottobre 2016.

Con l’avvio dei controlli sulle incongruenze tra dati comunicati e dati dichiarati, l’Agenzia delle Entrate metterà a disposizione dei contribuenti un avviso all’interno del Cassetto Fiscale e la lettera di invito alla compliance sarà recapitata anche a mezzo Pec.

I dati contenuti nella comunicazione sui controlli relativi alla presunta omessa dichiarazione del volume d’affari conseguito saranno:

codice fiscale, denominazione, cognome e nome del contribuente;

numero identificativo della comunicazione e anno d’imposta;

codice atto;

totale delle operazioni comunicate dai clienti soggetti passivi Iva e di quelle effettuate nei confronti di consumatori finali (quest’ultime al netto dell’Iva determinata secondo l’aliquota ordinaria), comunicate dal contribuente stesso ai sensi dell’articolo 21 del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78;

modalità attraverso le quali consultare gli elementi informativi di dettaglio relativi all’anomalia riscontrata.

Saranno poi riportati anche i seguenti dati:

somma algebrica dell’ammontare complessivo delle operazioni riportate nei righi VE24, colonna 1 (Totale imponibile), VE31 (Operazioni non imponibili a seguito di dichiarazione d’intento), VE32 (Altre operazioni non imponibili), VE33 (Operazioni esenti), VE35, colonna 1 (Operazioni con applicazione del reverse charge), VE37, colonna 1 (Operazioni effettuate nell’anno ma con imposta esigibile in anni successivi), e VE39 (Operazioni effettuate in anni precedenti ma con imposta esigibile nell’anno oggetto di comunicazione) della dichiarazione Iva;

importo della somma delle operazioni relative a: cessioni di beni e prestazioni di servizi comunicate dai clienti soggetti passivi Iva ai sensi dell’articolo 21 del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78; cessioni di beni e prestazioni di servizi effettuate nei confronti di consumatori finali, comunicate dal contribuente stesso ai sensi dell’articolo 21 del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 e considerate al netto dell’Iva determinata secondo l’aliquota ordinaria; ammontare delle operazioni attive che non risulterebbero riportate nel modello di dichiarazione Iva; dati identificativi dei clienti soggetti passivi Iva (denominazione/cognome e nome e codice fiscale); ammontare degli acquisti comunicati da ciascuno dei clienti soggetti passivi Iva; dati identificativi dei consumatori finali comunicati dal contribuente (denominazione/cognome e nome e codice fiscale); ammontare delle cessioni o prestazioni comunicate dal contribuente per ciascuno dei consumatori finali.

 

In seguito all’invio delle lettere di compliance dell’Agenzia delle Entrate, il contribuente che debba regolarizzare errore od omissioni potrà avvalersi dell’istituto del ravvedimento operoso, con il quale potrà beneficiare della riduzione delle sanzioni proporzionale al tempo trascorso dalla commissione della violazione.

Fonte: www.informazionefiscale.it

Pubblicato in CAF Fenapi

Chi ha evaso l’Iva per un importo non superiore a 250.000 euro può chiedere la revoca della sentenza definitiva di condanna, ai sensi dell’art. 673, comma 1, cod. Proc. Pen. È tornata a ripeterlo la corte di cassazione con la sentenza n. 19699 pubblicata ieri dalla terza sezione penale (in precedenza vedi cass. Pen. Sez. 3 nn. 15172 – 10810 -8421/2018 e n. 34362/2017).

Un imprenditore ha proposto ricorso alla suprema corte perché non ha ottenuto dal tribunale di Bari, ai sensi degli artt. 673, comma 1, cod. Proc. Pen.1 e 2, comma 2, cod. Pen.2, la revoca delle due sentenze di condanna subite per il reato di cui all’articolo 10-ter d.lgs. N. 74 del 2000 e passate in giudicato.

La revoca è stata chiesta in virtù del d.lgs. N. 158 del 2015, art. 8, che ha elevato da 50.000 a 250.000 euro la soglia prevista dall’art. 10-ter cit.; ma il tribunale barese si è espresso in maniera negativa, ritenendo che la recente riforma, pur incidendo su un elemento costitutivo del reato e pur rendendo le condotte contestate penalmente irrilevanti, non ha comportato alcuna “abolitio criminis”, ma soltanto «un fenomeno di successione di leggi penali nel tempo, rispetto al quale trova applicazione la disciplina dell'art. 2, comma 4, cod. Pen.». La retroattività della norma favorevole sarebbe, dunque, preclusa dall'intervenuta irrevocabilità delle sentenze di condanna.

Ebbene, la suprema corte ha annullato senza rinvio la decisione del tribunale di Bari dando continuità all’orientamento secondo cui la nuova fattispecie di reato di cui all’art. 10- ter, d.lgs. N. 74/2000, come modificata dal d.lgs. N. 158/15, che ha elevato a euro 250 mila la soglia di punibilità, ha determinato l’abolizione parziale del reato commesso in epoca antecedente che aveva a oggetto somme pari o inferiori a detto importo, e in considerazione dell’abrogazione parziale trovano applicazione gli articoli 2, comma 2, cod. Pen.(e non il comma 4.) E 673, comma primo, cod. Proc. Pen.

Nella sentenza n. 19699/2018 gli ermellini scrivono che, «quando l'abolitio criminis viene dedotta in sede esecutiva, al giudice è richiesta la valutazione in astratto della fattispecie oggetto della sentenza rispetto al nuovo assetto del sistema penale; ciò anche se la norma incriminatrice non sia stata interamente abrogata, ma sia stata riscritta con una riduzione del relativo ambito di operatività, come nel caso di specie. In tale ipotesi, il giudice dell'esecuzione, qualora non ritenga sufficiente l'analisi del capo di imputazione, può anche scendere nell'esame degli atti processuali per verificare e accertare, attraverso di essi, la consistenza e i contorni della condotta, senza però valutare di nuovo il fatto, mediante un giudizio di merito non consentito. […] nel caso in esame, lo stesso giudice dell’esecuzione ha riconosciuto la circostanza che i versamenti omessi dall’imputato non superano la soglia di punibilità introdotta dalla modifica legislativa del 2015».

 

Perciò le due sentenze di condanna in questione sono state revocate dal collegio di legittimità perché riguardanti un fatto che non è previsto dalla legge come reato.

1c.p.p. Art. 673, comma 1: «nel caso di abrogazione o di dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma incriminatrice, il giudice dell’esecuzione revoca la sentenza di condanna o il decreto penale dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti».

2c.p. Art. 2, comma 2: «nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali»

 

Fonte: FiscalFocus.it

Pubblicato in CAF Fenapi Impresa
Page 2 of 5
JoomShaper