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Quando l’Agenzia delle Entrate si mette alla ricerca dell’evasione fiscale spesso si affaccia sui conti correnti dei contribuenti per verificare se, su di essi, transitano somme che non trovano riscontro nella dichiarazione dei redditi o nella contabilità. In tal caso, tali somme si presumono “ricavi in nero” e costituiscono la base di calcolo per l’applicazione di ulteriori imposte e sanzioni. A stabilirlo è la legge [1] che pone una presunzione di evasione a favore del fisco per tutti i bonifici ricevuti o i versamenti di contanti che non possono essere giustificati, ossia per i quali il contribuente non è in grado di fornire spiegazioni. Questa regola vale sia per i lavoratori dipendenti, i pensionati e i disoccupati. Per gli imprenditori, invece, il regime è molto più rigoroso: visto che ogni movimento di cassa deve essere registrato in contabilità, i controlli si estendono anche ai prelievi dal conto.

Esiste poi una categoria di mezzo: quella degli autonomi. Partite Iva e professionisti come vengono trattati? A stabilire come avvengono i controlli del fisco sul conto corrente dei professionisti e delle partite Iva è stata la giurisprudenza della Cassazione che, con una recente sentenza [2], ha peraltro fornito un ulteriore tassello al già contorto mosaico. Ma procediamo con ordine.

L’indagine finanziaria è l’attività posta in essere dall’Amministrazione Finanziaria al fine di acquisire informazioni, notizie e dati in riferimento ad un rapporto, continuativo o occasionale, intrattenuto presso qualsiasi istituto finanziario, al fine di individuare operazioni economiche occulte e quantificare un eventuale maggior reddito.

La legge Finanziaria 2005 [3] ha introdotto una serie di nuove regole che prevedono poteri più incisivi per la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate in materia di indagini bancarie.

II testo della norma che il reddito e la base imponibile Iva possono essere presuntivamente determinati, considerando maggiori ricavi o elementi positivi:

i versamenti, risultanti sui conti finanziari, ove il contribuente non dimostri di averne tenuto conto nella determinazione dei suddetti imponibili, ovvero che essi siano a tal fine irrilevanti;

i prelevamenti, effettuati sui medesimi conti, se il contribuente non ne indichi i beneficiari ovvero non siano annotati nelle scritture contabili.

Gli importi riscossi e i prelievi, riscontrati a seguito di indagini bancarie, sono dunque considerati quali ricavi e posti a base delle rettifiche e accertamenti, a meno che il contribuente, per vincere la presunzione, non ne indichi il soggetto beneficiario e sempreché non risultino dalle scritture contabili.

La presunzione è relativa, può cioè essere scalfita con prova contraria. Spetta al contribuente dimostrare che le somme accertate dal fisco:

sono state già tassate alla fonte (ad esempio una vincita al gioco)

o sono esenti (ad esempio un risarcimento, una donazione o la vendita di un oggetto usato).

La legge [4] aveva poi esteso anche ai professionisti l’applicabilità delle disposizioni relative ai controlli sui prelievi, stabilendo che detti movimenti potessero essere assunti come “compensi”. E tanto aveva precisato anche l’Agenzia delle Entrate [5].

La sentenza della Corte Costituzionale che ha liberato autonomi e professionisti

Nel 2014 la Corte Costituzionale ha però dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma appena citata con riferimento solo ai prelievi dal conto effettuati dai professionisti e autonomi [6].

La pronuncia ha fatto sì che i titolari di reddito di lavoro autonomo e professionisti non possano più essere soggetti ad accertamenti fondati su presunzioni legali relative ai prelievi dal conto corrente. Diverso il discorso per i versamenti che, invece, restano sempre da giustificare.

Relativamente ai titolari di reddito di impresa è stato previsto un parametro quantitativo oltre il quale scatta la presunzione di evasione, vale a dire prelievi o versamenti di importi superiori a Euro 1.000 giornalieri e a Euro 5.000 mensili.

La nuova sentenza della Cassazione sui controlli sul conto di autonomi e professionisti

In passato la Corte ha sempre sostenuto i lavoratori autonomi e i professionisti non possono essere equiparati agli imprenditori, non essendovi per questi né l’obbligo di una contabilità separata, né di un conto destinato all’attività lavorativa. Sicché si è sempre detto che per professionisti e autonomi, in generale, i controlli fiscali possono avvenire solo sui versamenti sul conto e sui bonifici ricevuti, non anche sui prelievi. Il tutto in linea con la pronuncia della Corte Costituzionale.

Una recente sentenza della Cassazione [2] cambia però completamente le carte in tavola. Secondo il nuovo indirizzo i controlli del fisco sul conto corrente dei professionisti possono avvenire anche sui prelievi. E questo perché la norma che stabilisce la presunzione di evasione fiscale per tutte le movimentazioni bancarie non giustificate, nel riferirsi a prelievi e versamenti, ha portata generale e quindi si riferisce anche ai titolari di partita Iva, non solo agli imprenditori.

Risultato: può essere condannato per evasione fiscale il professionista che non riesce a giustificare non solo i versamenti ma anche i prelievi che ha sul conto corrente bancario.

Fonte: www.laleggepertutti.it

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La mancata emissione della nota d’accredito “nei termini” mette a rischio il recupero dell’Iva anche in caso di procedura concorsuale o esecutiva. Queste sono le conseguenze desumibili dalla risposta 55/2019, allineata alle conclusioni della precedente risposta n. 113 del 2018 in materia di note di variazione nel concordato preventivo “in continuità”. Per evitare tali effetti, occorre dunque conoscere la data che, secondo il Fisco, attesta l’infruttuosità della procedura. È a partire da tale data, infatti, che si può operare la variazione in diminuzione, tenendo presente che, in base al vigente articolo 19, comma 1, Dpr 633/72, l’imposta è recuperabile, al più tardi, con la dichiarazione relativa all’anno in cui il diritto è sorto e alle condizioni del momento in cui è sorto. Solo per le rettifiche i cui presupposti si sono manifestati ante 1° gennaio 2017, il termine per il recupero del tributo è quello della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello di nascita del diritto, come previsto dalla precedente versione dell’articolo 19 (circolare n. 1/E/2018). Per il fallimento è necessario che sia decorso il termine per le osservazioni al piano di riparto (circolare 77/ E/2000) o, se non c’è riparto, quello per il reclamo al decreto di chiusura della procedura (risoluzione 195/ E/2008). In caso di concordato preventivo, oltre alla sentenza che omologa la procedura, si deve considerare anche il momento in cui il debitore adempie gli obblighi assunti (circolare 8/E/2017 e risposta 113/2018). In vista della scadenza del 30 aprile, pertanto, occorre monitorare le procedure chiuse (nel senso precisato) nel 2018 e, se non si è già provveduto, è bene affrettarsi. L’emissione entro aprile della nota di variazione (elettronica) permette, infatti, previa registrazione in apposito sezionale, di esercitare la detrazione nella dichiarazione. Se questa è già stata presentata, pare possibile ricorrere alla dichiarazione correttiva nei termini, facendovi confluire il credito portato dalla nota in diminuzione nel frattempo emessa. Secondo le Entrate, invece, il recupero non sarà possibile dopo il 30 aprile, ricorrendo alla dichiarazione integrativa a favore. Stante la regola “transitoria” per i casi in cui il presupposto della rettifica è maturato ante 1° gennaio 2017, sono recuperabili con il modello Iva 2019 anche i crediti d’imposta verso procedure concluse nel 2016, a condizione che la variazione (per la quale non opera il limite annuale dell’articolo 26, comma 3, Dpr 633/72) sia eseguita entro il prossimo 30 aprile. Soluzione che, invece, non pare ammessa per una procedura chiusa nel 2017, ove non sia stata emessa nota di credito entro aprile dell’anno scorso.

Fonte: IlSole24ore

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L’Agenzia delle Entrate regala più di 10mila apparecchiature informatiche che non utilizza più, ma che sono ancora funzionanti, agli istituti scolastici, agli enti non profit, agli organismi di volontariato e alle pubbliche amministrazioni. Prosegue infatti l’iniziativa, ormai decennale, di non rottamare Pc fissi, portatili e server dismessi, ma di donarli ad altri enti per i quali possono essere ancora utili. Il nuovo bando, pubblicato oggi sul sito internet delle Entrate, www.agenziaentrate.it, ribadisce l’impegno del Fisco per l’ambiente e il riutilizzo dei beni. Per partecipare alla gara le domande vanno inviate via PEC all’indirizzo This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. entro il 12 aprile.

Vince l’ambiente, perdono gli sprechi - La gara è aperta a tutti gli istituti scolastici statali e paritari, le pubbliche amministrazioni, gli enti e gli organismi non-profit (anche privati). La domanda per aggiudicarsi i computer dovrà essere inviata tramite posta elettronica certificata (PEC) alla casella This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. entro mezzogiorno del 12 aprile 2019. Per formulare la richiesta occorre utilizzare l’applicazione “Phoenice”, accessibile al link https://www.fiscooggi.it/phoenice. La mail certificata di richiesta dovrà avere come oggetto il codice della gara AE2019 e contenere in allegato il file dal nome phoenice.xml scaricato dall’applicazione.

L’istruzione ha la priorità - L’assegnazione dei computer da parte del Fisco avverrà dando priorità agli istituti scolastici, sia statali che paritari degli enti locali. Nell’ordine di preferenza illustrato nel bando seguono le amministrazioni pubbliche e gli altri enti pubblici e privati appartenenti alle categorie degli organismi di volontariato di protezione civile che operano in Italia e all’estero a fini umanitari, degli enti non-profit, degli istituti scolastici paritari privati e degli altri enti e organismi che svolgono attività di pubblica utilità.

Tutte le informazioni sulla graduatoria - In caso di partecipanti con parità di punteggio, la graduatoria sarà ordinata ricorrendo a un sorteggio basato sull’estrazione del Lotto del 13 aprile. Coloro che si aggiudicheranno i Pc riceveranno via Posta elettronica certificata tutte le informazioni su dove e quando ritirare i computer. Come di consueto, inoltre, i Pc da dismettere verranno distribuiti in lotti di 5. Appena in uno degli uffici delle Entrate saranno pronti 5 computer da regalare, l’Agenzia contatterà il primo ente in graduatoria che abbia espresso preferenza per la provincia dove si trovano i Pc, purché non abbia già ricevuto altre apparecchiature in dono con questo bando. Una volta approvata, la nuova graduatoria sostituirà la precedente (quella del bando AE2016) e sarà valida fino alla prossima procedura di cessione. Per ulteriori informazioni sul bando, è possibile scrivere alla casella di posta elettronica (non PEC) This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. entro l’11 aprile prossimo.

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Come anticipato dal provvedimento dello scorso 18 febbraio, che ha approvato il modello per la richiesta di definizione agevolata delle liti tributarie pendenti, aventi a oggetto atti impositivi, in cui è parte l’Agenzia delle entrate, pendenti in ogni stato e grado del giudizio, compreso quello in Cassazione e anche a seguito di rinvio (cfr articolo 6, comma 15, Dl 119/2018 - vedi “Definizione agevolata liti pendenti: modello e istruzioni per la domanda”), arrivano, con la risoluzione 29/E del 21 febbraio, sette nuovi codici tributo da inserire nel modello F24 per effettuare i relativi versamenti.

Il primo o unico appuntamento in cassa è per il prossimo 31 maggio, data entro la quale dovrà essere versata l’intera somma dovuta al Fisco oppure la prima rata del totale. Si ricorda che è consentito pagare a rate (massimo venti, con cadenza trimestrale) solo se l’importo netto dovuto è superiore a mille euro per ciascuna controversia autonoma. Pertanto, le somme inferiori o pari a mille euro devono essere sempre versate in un’unica soluzione. Non è ammesso il pagamento tramite compensazione.

Per il perfezionamento della definizione, quindi, entro il 31 maggio 2019 bisogna presentare l’istanza di adesione alle definizione agevolata e versare l’intera somma dovuta oppure la prima rata. Attenzione, a ogni controversia, deve corrispondere una distinta domanda di definizione e un distinto modello di pagamento. Qualora non ci siano importi da versare, la definizione si perfeziona con la sola presentazione della domanda.

I nuovi codici tributo

I codici al debutto sono consecutivi e vanno dal PF30 al PF36, il loro posto è nella sezione “ERARIO” dell’F24, in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”. Per quanto riguarda la compilazione delle restanti sezioni del modello F24:

- nel “codice ufficio” deve essere indicato il codice della direzione regionale o provinciale dell’Agenzia, del centro operativo di Pescara o dell’ufficio provinciale-Territorio, parte in giudizio (l’identificativo è ricavabile dalla relativa tabella pubblicate sul sito dell’Agenzia delle entrate)

- il campo “rateazione/regione/prov./mese rif.”, se previsto, è valorizzato con il codice della Regione o con il codice catastale del Comune (anche in questo caso basta collegarsi al sito dell’Agenzia e consultare, rispettivamente, la “Tabella TO – codici delle Regioni e delle Province autonome” e la “Tabella T4 – Codici catastali dei Comuni”)

- riguardo all’“anno di riferimento”, occorre andare a leggere le istruzioni del modello utilizzato per la domanda di definizione della lite; l’alternativa è tra il periodo d’imposta interessato o l’anno di registrazione indicato sull’atto oggetto della controversia

- infine, nel campo “codice fiscale” della sezione “CONTRIBUENTE”, se il versamento non è effettuato da chi ha proposto l’atto introduttivo del giudizio, deve essere indicato il codice fiscale di chi versa; in tal caso, precisa la risoluzione, nel campo “codice fiscale del coobbligato, erede, genitore, tutore o curatore fallimentare” è riportato il codice del soggetto che ha proposto l’atto introduttivo della controversia, e nel “codice identificativo”, il numero “71” (soggetto che ha proposto l’atto introduttivo del giudizio).

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L’adempimento spontaneo e un dialogo sempre più semplice e diretto tra Fisco e cittadino sono, ormai, i fili conduttori di ogni iniziativa dell’Amministrazione finanziaria. Questa la ratio guida, quindi, anche del provvedimento 15 febbraio 2019 con il quale l’Agenzia delle entrate, come previsto dalla legge di stabilità 2015 (articolo 1, commi 634-636, legge 190/2014), stabilisce le modalità con cui il Fisco mette preventivamente a disposizione dei contribuenti e della Guardia di finanza, elementi e informazioni dai quali risultano redditi, di varie tipologie, omessi o dichiarati soltanto in parte. Nel provvedimento anche le indicazioni per regolarizzare la posizione mediante ravvedimento operoso.

Quali redditi

Le anomalie riscontrate e segnalate nelle comunicazioni riguardano i redditi:

provenienti dalla locazione di fabbricati sottoposti a tassazione ordinaria o a cedolare secca

di lavoro dipendente e assimilati

derivanti da assegni periodici

di partecipazione (articoli 5 e 6, Tuir) nonché quelli derivanti da partecipazione in Srl a ristretta base proprietaria (articolo 116, Tuir)

diversi (articolo 67, Tuir)

di lavoro autonomo abituale e professionale

di lavoro autonomo abituale e non professionale

di capitale di varia provenienza.

Le anomalie riscontrate, via Pec o per posta ordinaria

I contribuenti interessati riceveranno una comunicazione dell’Agenzia contenente i dati presenti in Anagrafe tributaria relativi alle anomalie riscontrate, gli estremi del modello presentato dal quale non risultano i redditi percepiti oggetto della comunicazione e l’importo omesso complessivamente.

La segnalazione arriva alla casella di posta certificata del contribuente. In caso di indirizzo Pec non attivo o non registrato presso l’Inipec, invece, la comunicazione segue la tradizionale via della posta ordinaria.

La parola al contribuente

Il destinatario della comunicazione può chiedere, direttamente o tramite intermediario, ulteriori elementi all’Amministrazione finanziaria o segnalare fatti e circostanze sconosciuti al Fisco, tramite i Cam o gli uffici provinciali dell’Agenzia, seguendo le indicazioni della comunicazione stessa. È inoltre possibile trasmettere documentazione utilizzando il canale di assistenza Civis.

 

Per regolarizzare, ravvedimento operoso

E se il Fisco ha ragione, il contribuente può sanare errori od omissioni, regolarizzando così la propria posizione, tramite ravvedimento operoso, utilizzando i dati presenti nell’avviso ricevuto. In particolare, per rimettersi al passo deve presentare una dichiarazione integrativa e versare le maggiori imposte dovute, i relativi interessi e le sanzioni per infedele dichiarazione in ragione del tempo trascorso dalla commissione delle violazioni contestate così come prevede la disciplina del ravvedimento (articolo 13, Dlgs 472/1997).

La via agevolata è applicabile anche se l’irregolarità è stata già constatata o nel caso in cui siano in corso accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di controllo delle quali gli interessati abbiano avuto formale conoscenza. Strada chiusa al ravvedimento, invece, nel caso di formale notifica di un atto di liquidazione, di irrogazione sanzioni, o, in generale, di accertamento, e di comunicazione di irregolarità riscontrata a seguito di controlli automatici e formali delle dichiarazioni.

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Sono circa 13 milioni i contribuenti ad aver beneficiato della cancellazione delle mini-cartelle fino a 1.000 euro. Più che di cartelle per l’esattezza si tratta di 114,44 milioni di “partite” affidate all’agente della riscossione tra il 2000 e il 2010 e che agenzia Entrate- Riscossione ha stralciato perché inferiori a “quota mille”. E se è vero che «la somma fa il totale» (per dirla alla Totò), lo stralcio dal magazzino della ex-Equitalia delle micro-cartelle calcolato in euro è pari a 32 miliardi.

Uno stralcio calcolato dall’amministrazione finanziaria e dal Governo, senza nessun allarme per la tenuta dei già deboli conti pubblici. Come si legge nella relazione al decreto legge fiscale collegato alla manovra che introduce la sanatoria delle micro-cartelle, si tratta di somme in assoluto non più recuperabili. Somme la cui cancellazione produce una perdita di 524 milioni, calcolata come il 3,5% del gettito di quasi 15 miliardi atteso dalla rottamazione-ter (11,1 miliardi), dalla rottamazione-bis per i pagamenti 2018 (821 milioni) e per i “confluiti” nella terza edizione della sanatoria (circa 3,1 miliardi). In sostanza la perdita di gettito per l’Erario è quanto non incasserà dalle rottamazioni proprio con le mini-cartelle del tutto stralciate.

Prosegue su

https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2019-02-12/il-fisco-cancella-mini-cartelle-13-milioni-contribuenti-080738.shtml?uuid=ABGxEqSB

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Articolo tratto dal numero di gennaio 2019 di Forbes Italia.

Non può essere la motivazione principale, ma una fiscalità di favore indubbiamente incentiva i Paperoni a compiere atti di liberalità. Ed è così che, sull’esempio di quanto da tempo avviene in altri paesi, a partire dagli Stati Uniti, anche da noi si va sviluppando una legislazione ad hoc per far decollare il mecenatismo e la filantropia.

“Il piacere di fare del bene si riscontra con una certa frequenza nelle famiglie dotate di patrimoni importanti, al punto da aver trovato supporto anche all’interno del settore della consulenza patrimoniale, con iniziative mirate a interventi strutturati delle attività filantropiche”, racconta Stefano Loconte, managing partner di Loconte & Partners. Gli esempi che arrivano dall’altra sponda dell’Atlantico sono numerosi, con il ricorso a fondazioni benefiche diffuso già ai tempi di Ford e Rockefeller e rinnovato dai nuovi miliardari del web, a cominciare da Mark Zuckerberg, che alla nascita della figlia ha donato il 99% delle azioni di Facebook. Negli Usa, ricorda Loconte, le donazioni individuali ammontano a circa 300 miliardi di dollari l’anno, una cifra enorme “frutto non solo di un atteggiamento culturale, il cosiddetto ‘give back’, ma anche di una politica fiscale che garantisce deduzioni che possono arrivare anche al 50%”.

In Europa invece, il Regno Unito primeggia con 25 miliardi circa di raccolta destinata alla beneficenza, con totale defiscalizzazione delle donazioni in favore delle charity, mentre l’Italia si colloca al terzo posto con circa 9 miliardi di euro, dopo i 23 miliardi della Germania.

Se si guarda in prospettiva il nostro Paese ha ampi spazi di crescita. La riforma del terzo settore, completata due anni fa, ma non ancora pienamente digerita, apre alla possibilità di un approccio basato su modelli di filantropia strategica. La principale novità è costituita dalla figura degli enti filantropici, associazioni o fondazioni costituite “al fine di erogare denaro, beni o servizi, anche d’investimento, a sostegno di categorie di persone svantaggiate o di attività di interesse generale”, le cui sovvenzioni da parte dei contribuenti privati determinano una detrazione Irpef pari al 30% delle erogazioni in denaro. E il beneficio sale al 35% se le liberalità sono a favore di organizzazioni di volontariato. Inoltre è prevista una deduzione dal reddito complessivo netto del soggetto erogante (persone fisiche, enti o società) nei limiti del 10% del dichiarato.

Dunque il legislatore italiano ha previsto un doppio canale, “permettendo sia di agire sul reddito imponibile, decurtandone una parte in virtù dell’importo donato, ovvero agendo sull’imposta astrattamente dovuta, consentendo la detrazione quindi di una quota opportunamente determinata in base al caso specifico”, come spiega Giuliano Foglia, fondatore dello studio Foglia & Partners.

Ancora una volta è agli Stati Uniti che occorre guardare per cercare nuovi spunti di crescita. “Di recente è stato raddoppiato, portandolo a 12mila dollari per i singoli individui e 24mila per le coppie sposate, l’importo della deduzione forfettaria che può operarsi sul reddito lordo”, aggiunge l’esperto.

Guardare alle altre legislazioni non è solo utile a innovare in direzione positiva la normativa italiana, ma offre agli imprenditori globali l’opportunità di scegliere la destinazione dei propri atti di liberalità. Ad esempio nella legislazione inglese, sottolinea Gianluigi Bertolli, partner di Bertolli & Associati, è centrale il ruolo della giurisprudenza (dato il sistema di common law, ovvero un modello di ordinamento giuridico basato sui procedimenti giurisprudenziali più che su codici) nel definire le varie tipologie di attività che possono essere considerate charitable.

“L’ordinamento del paese prevede una serie di benefici che spaziano dalla esenzione dall’imposta sul reddito, all’esenzione dall’imposta sul capital gain (a condizione che i profitti vengano reinvestiti in opere caritatevoli) all’esenzione in materia di imposte di successione e donazione, all’esenzione dall’imposta di registro in relazione a qualsiasi alienazione, trasferimento o locazione”, spiega Bertolli. “Sono previste poi esenzioni dall’imposta sul valore aggiunto per le charity che operano nel settore sanitario e loro sovvenzionatori”. Particolari benefici di natura fiscale sono inoltre riconosciuti ai soggetti che devolvono utili/guadagni a favore di una charity (esenzione dalla capital gain tax) o che si impegnano a versare una parte dei propri guadagni a tali istituzioni (esenzione dalla income tax), con ciò incentivando a compiere donazioni in favore delle charities.

Un quadro articolato, dunque, e quasi ovunque in evoluzione per incentivare il welfare privato laddove la mano pubblica è sempre più in difficoltà nel fornire copertura. Questo spiega perché tra le private bank e i family office si vadano sviluppando servizi ad hoc per assistere e orientare le scelte dei Paperoni. Perché far bene è più facile se il fisco è amico.

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Da un lato chi interpreta la norma e dall’altro chi fa i controlli. Nella riorganizzazione dell’agenzia delle Entrate “targata” Antonino Maggiore, la definitiva soppressione della direzione centrale Normativa sarà accompagnata da una più netta demarcazione all’interno di ciascuna delle direzioni in cui si articola la Divisione contribuenti (Grandi contribuenti, Piccole e medie imprese, Persone fisiche e lavoratori autonomi). In ciascuna di esse, infatti, ci sarà una precisa linea di demarcazione perché opereranno un settore riservato alla consulenza e uno sui controlli. Il restyling è stato all’ordine del giorno dell’ultimo (in ordine di tempo) comitato di gestione dell’Agenzia, in modo da andare incontro e cercare di superare i timori serpeggiati in molti addetti ai lavori e associazioni di categoria che chi fosse chiamato a dare chiarimenti su una norma, poi potesse anche fare gli accertamenti con buona pace della terzietà dell’amministrazione finanziaria nella funzione di interpretazione.

Le date di partenza

Ora, invece, si fa un passo avanti. Il nuovo assetto avrà una decorrenza scaglionata. La nuova direzione centrale Coordinamento generale, che lavorerà a diretto riporto del direttore dell’Agenzia e avrà il compito di coordinare l’attività delle strutture centrali e supportare gli organi preposti a predisporre le norme tributarie, sarà operativa dal 14 gennaio 2019. Stesso giorno dal quale cesserà definitivamente la direzione centrale Coordinamento normativo, che già si era vista ridurre le competenze con la riorganizzazione varata sotto il precedente direttore Ernesto Maria Ruffini.

Competenza per materia

Contestualmente le funzioni su interpelli e consulenza giuridica passeranno alle tre direzioni in cui si articola la divisione Contribuenti. E, nello specifico, al settore che in ognuna di essa si occupa della consulenza. Settore che a sua volta prevede una suddivisione per competenze, tra ufficio dedicato alle imposte indirette e quello per le imposte dirette. Mentre nella direzione dedicata alle Persone fisiche ci sarà anche un terzo ufficio che si occuperà di fiscalità finanziaria e sostituti d’imposta. E da questi uffici “passeranno”, tra l’altro, le risposte a interpello, l’analisi e l’istruttoria per le risposte a consulenza giuridica, la predisposizione delle circolari interpretative delle norme tributarie e cura delle questioni di diritto sostanziale e procedurale, sia di rilievo nazionale che internazionale.

 

Meno dirigenti e più posizioni organizzative

Servirà più tempo, invece, per comporre il mosaico di tutte le nuove posizioni organizzative per cui sono arrivate 8.194 candidature da parte di 6.255 dipendenti e per le quali le procedure selettive ora dovranno entrare nel vivo. Nel complesso saranno soppresse 453 posizioni da dirigenti e ne resteranno 466 (con il concorso da 175 dirigenti che, dopo una lunga querelle giudiziaria, ora ripartirà dagli orali). Mentre i risparmi derivanti dalla soppressione delle posizioni dirigenziali stimati in 45,8 milioni di euro (tra stipendi, retribuzione di posizione, retribuzione di risultato e soppressione delle “vecchie” posizioni organizzative speciali) serviranno a finanziare 1.477 nuove posizioni organizzative con 34,7 milioni di euro.

Ma non solo, perché i circa 11,1 milioni che rimarranno dalla differenza saranno la maggiorazione della retribuzione di posizione a fronte di incarichi svolti fuori sede e per la retribuzione di risultato. Cifre considerate al lordo degli oneri fiscali e contributivi a carico del dipendente ma al netto di quelli a carico dell’Agenzia.

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A partire dal 1° gennaio 2019 aumenta il tasso di interesse legale diventando pari allo 0,8 pe cento. L’aggiornamento annuale è previsto dall’articolo 1284, primo comma, del codice civile, secondo cui la percentuale deve essere rivista “sulla base del rendimento medio annuo lordo dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi e tenuto conto del tasso di inflazione registrato nell’anno”.

 

A stabilire la modifica per il 2019 è stato il decreto MEF del 12 dicembre 2018 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 291 del 15 dicembre 2018.

La variazione ha risvolti di varia natura, anche di carattere fiscale, ad esempio in fase di determinazione delle somme da versare quando si fa ravvedimento. Infatti, quando si ricorre a tale istituto, è questo il saggio da considerare per il conteggio degli interessi dovuti: vanno calcolati giornalmente, tenendo conto del fatto che il tasso da applicare potrebbe non essere unico, ma cambiare in ragione di quello vigente nei diversi periodi.

Questo perché, negli ultimi anni, è stato puntualmente modificato:

nel 2018 è pari allo 0.3%

nel 2017 era pari allo 0,1%;

nel 2016, era lo 0,2%;

nel 2015, lo 0,5%;

nel 2014, l’1%;

negli anni 2013 e 2012, il 2,5 per cento.

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Ultimo giorno utile per pagare le rate scadute della cosiddetta rottamazionebis delle cartelle e non perdere i benefici concessi dalla legge. Circa 345 mila contribuenti, il 41% di coloro che hanno aderito alla definizione agevolata prevista dal DL n. 148/2017, hanno avuto una nuova opportunità per mettersi in regola. Secondo quanto stabilisce il decreto legge n. 119/2018, attualmente in fase di conversione da parte del Parlamento, chi non è riuscito a pagare, in tutto o in parte, una o più rate della “rottamazione bis” in scadenza a luglio, settembre e ottobre, poteva regolarizzare la propria situazione effettuando i pagamenti entro 7 dicembre 2018 e usufruire direttamente dei benefici previsti dalla nuova definizione agevolata, la cosiddetta rottamazione-ter.

Il giorno X è dunque arrivato.

 Il versamento delle rate dovute consente infatti l’automatico differimento degli eventuali successivi pagamenti delle somme residue “rottamate” (in scadenza a novembre 2018 e febbraio 2019) che saranno ripartiti in 5 anni a partire dal 31 luglio 2019. Per i contribuenti che hanno aderito alla definizione agevolata, la legge prevede il vantaggio di pagare il solo importo residuo delle somme dovute senza corrispondere le sanzioni e gli interessi di mora. Per le multe stradali, invece, non si pagano gli interessi di mora e le maggiorazioni previste dalla legge.

La “rottamazione bis” ha visto un’ampia platea di contribuenti interessati. Complessivamente sono pervenute più di 950 mila domande di adesione da circa 840 mila contribuenti (ogni contribuente poteva presentare più domande). Ad oggi sono interessate dalla nuova opportunità di pagare le rate scadute più di 400 mila domande di adesione, corrispondenti a 345 mila contribuenti. Il Lazio guida la classifica delle regioni con quasi 58 mila contribuenti chiamati alla cassa entro il 7 dicembre, seguito da Campania (45 mila) e Lombardia (40 mila).

Il saldo delle tre rate costituisce il requisito indispensabile per accedere ai benefici della nuova edizione della definizione agevolata delle cartelle per i carichi affidati all’Agente della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017. In caso di omesso, insufficiente o tardivo versamento entro il termine del 7 dicembre 2018 delle rate della “rottamazione-bis” in scadenza nei mesi di luglio, settembre e ottobre 2018, per gli stessi carichi non si potrà più accedere alla “rottamazione ter” e Agenzia delle entrate-Riscossione, come stabilito dalla legge, dovrà riprendere le procedure di riscossione.

Per effettuare il pagamento delle rate non è necessario presentare alcuna istanza, ma è sufficiente effettuare il versamento, senza oneri aggiuntivi, utilizzando i bollettini Rav con le scadenze di luglio, settembre e ottobre ricevuti insieme con la “Comunicazione delle somme dovute” inviata da Agenzia delle entrate-Riscossione, la cui copia può essere richiesta direttamente online sul sito www.agenziaentrateriscossione.gov.it. È possibile pagare presso la propria banca, agli sportelli bancomat (ATM) abilitati ai servizi di pagamento Cbill, con il proprio internet banking, agli uffici postali, nei tabaccai aderenti a Banca 5 SpA e tramite i circuiti Sisal e Lottomatica, sul portale di Agenzia delle entrateRiscossione e con l'App Equiclick tramite la piattaforma PagoPa oppure direttamente agli sportelli. Infine è possibile pagare i tributi indicati nelle cartelle di pagamento tramite compensazione con i crediti commerciali vantati nei confronti della Pubblica amministrazione.

Fonte: Agenziadelleentrate

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