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08 Mag 2018

OMESSA IVA. REVOCA CONDANNA PER L’EVASIONE SOTTO LA NUOVA LA SOGLIA In evidenza

Chi ha evaso l’Iva per un importo non superiore a 250.000 euro può chiedere la revoca della sentenza definitiva di condanna, ai sensi dell’art. 673, comma 1, cod. Proc. Pen. È tornata a ripeterlo la corte di cassazione con la sentenza n. 19699 pubblicata ieri dalla terza sezione penale (in precedenza vedi cass. Pen. Sez. 3 nn. 15172 – 10810 -8421/2018 e n. 34362/2017).

Un imprenditore ha proposto ricorso alla suprema corte perché non ha ottenuto dal tribunale di Bari, ai sensi degli artt. 673, comma 1, cod. Proc. Pen.1 e 2, comma 2, cod. Pen.2, la revoca delle due sentenze di condanna subite per il reato di cui all’articolo 10-ter d.lgs. N. 74 del 2000 e passate in giudicato.

La revoca è stata chiesta in virtù del d.lgs. N. 158 del 2015, art. 8, che ha elevato da 50.000 a 250.000 euro la soglia prevista dall’art. 10-ter cit.; ma il tribunale barese si è espresso in maniera negativa, ritenendo che la recente riforma, pur incidendo su un elemento costitutivo del reato e pur rendendo le condotte contestate penalmente irrilevanti, non ha comportato alcuna “abolitio criminis”, ma soltanto «un fenomeno di successione di leggi penali nel tempo, rispetto al quale trova applicazione la disciplina dell'art. 2, comma 4, cod. Pen.». La retroattività della norma favorevole sarebbe, dunque, preclusa dall'intervenuta irrevocabilità delle sentenze di condanna.

Ebbene, la suprema corte ha annullato senza rinvio la decisione del tribunale di Bari dando continuità all’orientamento secondo cui la nuova fattispecie di reato di cui all’art. 10- ter, d.lgs. N. 74/2000, come modificata dal d.lgs. N. 158/15, che ha elevato a euro 250 mila la soglia di punibilità, ha determinato l’abolizione parziale del reato commesso in epoca antecedente che aveva a oggetto somme pari o inferiori a detto importo, e in considerazione dell’abrogazione parziale trovano applicazione gli articoli 2, comma 2, cod. Pen.(e non il comma 4.) E 673, comma primo, cod. Proc. Pen.

Nella sentenza n. 19699/2018 gli ermellini scrivono che, «quando l'abolitio criminis viene dedotta in sede esecutiva, al giudice è richiesta la valutazione in astratto della fattispecie oggetto della sentenza rispetto al nuovo assetto del sistema penale; ciò anche se la norma incriminatrice non sia stata interamente abrogata, ma sia stata riscritta con una riduzione del relativo ambito di operatività, come nel caso di specie. In tale ipotesi, il giudice dell'esecuzione, qualora non ritenga sufficiente l'analisi del capo di imputazione, può anche scendere nell'esame degli atti processuali per verificare e accertare, attraverso di essi, la consistenza e i contorni della condotta, senza però valutare di nuovo il fatto, mediante un giudizio di merito non consentito. […] nel caso in esame, lo stesso giudice dell’esecuzione ha riconosciuto la circostanza che i versamenti omessi dall’imputato non superano la soglia di punibilità introdotta dalla modifica legislativa del 2015».

 

Perciò le due sentenze di condanna in questione sono state revocate dal collegio di legittimità perché riguardanti un fatto che non è previsto dalla legge come reato.

1c.p.p. Art. 673, comma 1: «nel caso di abrogazione o di dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma incriminatrice, il giudice dell’esecuzione revoca la sentenza di condanna o il decreto penale dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti».

2c.p. Art. 2, comma 2: «nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali»

 

Fonte: FiscalFocus.it

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